1. Cosa è successo dopo la crisi del 2001

Il cambiamento culturale, alla fine degli anni ’70, agevolò l’introduzione massiccia – durante i decenni successivi – di forme sempre più estreme di precarizzazione del lavoro con la scusa delle esigenze di flessibilità per le imprese. Flessibilità senz’altro importante e strategica, ma che poteva e doveva venir scambiata da lavoratori e sindacati, dalla politica e dai giuristi con maggior salario.

Invece, lo spettro della perdita del posto e della disoccupazione assieme alle difficoltà ad introdurre efficaci ammortizzatori sociali, generarono perdita di reddito per i lavoratori, occupazione precaria e disoccupazione.

La riduzione del reddito regolare si accompagnò a formule diverse – da Paese a Paese – per evitare che l’asimmetria tra reddito e consumi generasse una crisi da domanda troppo forte (quale, comunque, si sta sperimentando adesso da qualche semestre): negli USA – che rappresentano il caso più importante – seguiti da altri Paesi anche europei, le banche fornirono generosamente quei prestiti con i quali le famiglie, soprattutto dopo la crisi obbligazionaria del 1992 e prima della crisi vera e propria del 2001, comperavano titoli azionari e, con i relativi guadagni di borsa, pagavano sia gli interessi alle banche sia la differenza tra i loro redditi da lavoro (calati del 40% con la flessibilizzazione/precarizzazione degli anni ’80) ed il livello dei consumi; nei Paesi mediterranei, ad un atteggiamento più prudente delle banche e ibrido degli Stati in termini di sostegno dei redditi dei lavoratori cosiddetti in esubero, si affiancava l’ampia economia sommersa e irregolare, per non parlare di quella illegale e, ancor peggio, di quella criminale tout court.

Ma la non disinteressata generosità delle banche – per non parlare di altri sistemi di ammortizzazione della crisi – produsse frutti ancora più tossici quando l’apparentemente funzionante modello degli anni ’90 cessò di operare: alla fine della primavera del 2001, infatti, gli analisti si accorsero che i rendimenti di quei titoli che avevano trascinato le borse al rialzo dopo il 1992115, non risultavano più né costanti, né crescenti, ma decrescenti. Cominciarono così a prevalere le vendite; e la speculazione “al ribasso”116 prese il sopravvento.

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Restano i fatti: la spirale speculativa non si arresta; le Banche Centrali continuano ad autorizzare mezzi monetari senza limiti e senza chiedere la semplice contropartita di smetterla (reintroducendo la normativa che va sotto i nomi di Glass Steagall a garanzia della netta separazione tra i soggetti che esercitano attività speculative e quelli che esercitano il credito ordinario); nessuna autorità nazionale o internazionale si muove in tal senso mentre da molte parti essa viene invocata e, addirittura, alcune grandi banche si stanno ponendo seriamente il problema avvertendo il grave pericolo che incombe non più o non solo sul sistema bancario (già saltato), ma sul resto della compagine sociale; è oramai evidente la privatizzazione del guadagno possibile da parte dell’alta dirigenza delle banche dal momento che quest’ultima è remunerata non in base ai profitti generati ma al numero delle operazioni effettuate; risulta altresì evidente la scarsa consapevolezza, in gran parte delle banche, del fatto che, mentre il credito garantisce amplissimi margini di guadagno effettivo, la redditività finanziaria non può – sistematicamente – superare quella dell’economia reale.

Sotto quest’ultimo aspetto risulterebbe importante soffermarsi su tre passaggi.

1) La banca guadagna di più dalle operazioni di credito, ma ritiene – erroneamente – il contrario perché paragona il saldo tra tassi “attivi” e “passivi” al netto delle sue spese di funzionamento con i guadagni dalle operazioni finanziarie che, paradossalmente, la  disintermediano.

2) Il totale dei profitti da attività finanziarie non può superare il totale di quello che si guadagna dall’economia reale (che tende a zero nel lungo termine) perché i profitti stessi sono determinati dalla produttività al netto delle spese, mentre la moneta non ha produttività.

3) La continua pressione sui produttori da parte di tassi di interesse che presentano dinamiche inverse rispetto al grado di solidità dei prenditori stessi genera – in condizioni di competitività tra imprese – un continuo indebolimento del sistema.

Da quanto si sta cercando dire, sembrerebbe che le Banche Centrali stiano approntando politiche di “quantitative easing” che, presto, dovrebbe allargarsi anche alla problematica della gestione dei debiti degli Stati (beffardamente definiti “sovrani”). Però, prima di cercare di analizzare la possibilità di un ulteriore passaggio (l’autorizzazione alla creazione di mezzi monetari finalizzati allo sviluppo ed alla  ripresa che solo apparentemente comporterebbe la fuoriuscita dall’attuale stallo) occorrerebbe, infatti, soffermarsi sugli effetti di una ricerca di soluzione unicamente veicolata da una maggiore o, addirittura, illimitata creazione di mezzi monetari ancorchè distribuita persino a vantaggio della popolazione e non solo – come adesso – a tutto vantaggio delle banche e, forse presto, degli Stati “sovrani”.