2. La soluzione del quantitative easing

Alla luce di quanto si è scoperto dopo l’estate del 2011 (le illimitate autorizzazioni monetarie delle Banche Centrali a favore delle banche speculative) e di quanto l’Unione Europea e la stessa BCE – su ispirazione USA – si appresterebbero a fare per garantire l’operatività dei debiti degli Stati ed il contenimento degli spread, sembrerebbe chiara l’ultima frontiera di resistenza alla prospettiva di una catastrofe economico-finanziaria ovvero di una trasformazione completa rispetto alla svolta di circa trent’anni fa: quantitative easing, vale a dire  rifornimento illimitato di mezzi monetari senza affrontare in nessun modo i nodi strutturali del sistema attuale.

Tali nodi sono: a) la competitività non sull’eccellenza tecnologica, artistica, creativa, ma sulla capacità di tagliare i costi – anche a scapito della qualità dei beni e dei servizi – azzerando il prezzo di una risorsa non la sua quantità per unità di prodotto (ciò è premessa di danno ambientale, di attentato alla salute e, soprattutto, di riproposizione di vecchie e nuove forme di schiavitù); b) la pretesa di rendimenti, dalle attività speculative, maggiori di quelli derivanti dall’economia reale e dai guadagni di produttività; c) il rifiuto di un controllo democratico sull’introduzione delle migliori tecnologie disponibili in funzione della tutela degli interessi generali (a prescindere da un controllo sulla ricerca scientifica che è un tema del tutto diverso da questo).

Nessuno può dire con certezza se il rifornimento illimitato di moneta (che si allarghi dalle banche e dagli Stati fino all’economia privata senza altre trasformazioni) possa portare l’umanità fuori dalle attuali secche critiche. Si cercherà di andare con ordine, per vederne gli effetti sulle quattro categorie fondamentali: le imprese finanziarie; gli Stati; le famiglie; le imprese non finanziarie.

Le banche ricevono i depositi e gli altri trasferimenti; quando prestano danaro, in realtà, si tratta solo di una premessa129 che si concretizza man mano che il prenditore o mutuatario – col proprio lavoro – versa alla banca stessa le somme pattuite; la banca deve, soprattutto, detenere anche soldi veri (dovuti ai versamenti, a vario titolo, da parte dei suoi clienti) che le servono per gestire la liquidità (a prescindere dai vari tipi di riserve previste dagli usi e dalle normative vigenti) che viene, di volta in volta, richiesta dai privati. Fino alla crisi del 2008, la banca poteva chiedere alla vicina liquidità che le urgeva pagandola con l’interbancario che era un buon riferimento per quello che stava accadendo; ma le banche – circa 15 anni fa (abrogazione delle leggi di separazione tra i soggetti che esercitano il credito ordinario e quelli che intervengono sui mercati finanziari) – cominciarono ad usare indifferentemente i liquidi, anche richiesti ai loro clienti, per invadere le situazioni speculative; dopo circa 10 anni di questa fiera – a partire dal 2001, come si è visto – le perdite hanno cominciato a superare le entrate ed il sistema è stato successivamente tenuto in piedi dal quantitative easing da parte delle Banche Centrali (riguardante anche i tassi di interesse virtualmente nulli o negativi perché inferiori all’inflazione).

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Dopo la dichiarazione di Nixon del 15 agosto 1971 – e date le premesse culturali di cui si è discusso in precedenza – l’umanità avrebbe avuto davanti le praterie di uno sviluppo sostenibile e auspicabile; ma, in nome di un cambiamento che, pure sembrava necessario già a partire dalla metà di quel decennio139, iniziò un periodo di restrizione monetaria e visione asfittica degli scambi internazionali di cui oggi, circa trentanni dopo, prevale un generalizzato giudizio molto critico.

Allora si doveva, innanzitutto, capire che la teoria keynesiana andava rivisitata a partire dalla sua carenza rispetto alla apertura del  commercio internazionale; e non per andare indietro e peggio – come fu – ma per considerare tutto il pianeta (o, il che sarebbe stato lo stesso, ciascun “blocco” pre-caduta del muro di Berlino) come un’economia chiusa o quasi140 a cui applicare un rinnovato keynesismo con sovranità monetaria e con una spesa più selettiva e coordinata fra gli Stati ai fini delle grandi infrastrutture, delle strategie della ricerca, dei progetti di sviluppo della navigazione nello spazio.

L’abbondanza di moneta e la chiara indicazione che essa non fosse affatto una risorsa scarsa, invece di indurre un miglioramento grande e possibile, in assenza di una politica adeguata, si accompagnò alla crescita della finanza speculativa, ad un attacco alla democrazia dei popoli, all’isolamento ed all’indebolimento degli Stati, al rifiuto delle tecnologie più efficienti ma destabilizzanti per l’establishment, alla incompatibilità tra occupazione interna e importazioni, alla concorrenza tra andamento dei redditi da lavoro ed esportazioni.

Oggi che il qe sta dimostrando quanto false fossero le “teorie” di trentanni fa che sostenevano la scarsità della moneta o la sua formazione come risorsa a seguito di risparmio e di astensione dal consumo141, è possibile che si imbocchi una strada che impedisca al cambiamento necessario di volgersi al meglio. Senza un profondo mutamento in meglio della politica, gli spettri di una crisi della democrazia, di un maggiore dominio dell’uomo sull’uomo, di un mantenimento di tecnologie inquinanti, arretrate ed anti-economiche appaiono concreti.