3. Il cuore del problema: la bilancia commerciale

Nel suo celebre testo, “Il dibattito proibito”, Jean Paul Fitoussi ha fornito le indicazioni adatte ad inquadrare il problema dal punto di vista dell’analisi di politica economica e la MMT, in particolare Warren Mosler, ha fornito un paradigma alternativo alla lettura tradizionale di stampo ricardiano o neoricardiano.

In realtà, il tema del commercio con l’estero stigmatizza, più di qualunque altro, la netta differenza tra un’economia con moneta scarsa  ed un’economia con moneta non scarsa.

Senza cercare di ripercorrere tutta la storia della moneta per vedere che anche la nascita del suo legame con l’oro sia tardiva e tipica di  uno specifico concetto di civiltà, resta il fatto che – con moneta di facile creazione – le importazioni arricchiscono chi le riceve e le sportazioni impoveriscono i produttori.

Infatti, con moneta non scarsa, l’importatore paga zero le merci o i servizi e si appropria del lavoro degli altri; questi ultimi accettano la moneta (non scarsa) se, poi, la possono spendere utilmente.

L’economia del dollaro funziona ed ha funzionato così per decenni, ma non si può negare quanto essa sia stata sostenuta dalla forza delle armi; comunque, l’importanza di rifornirsi di dollari (di valuta considerata pregiata perché facilmente utilizzabile su un grande mercato) sarebbe sufficiente, a prescindere dalla circostanza di una minaccia militare.

Ma sufficiente sempreché la valutazione della spendibilità di tale moneta (la sua accettazione) risulti talmente elevata da trascurare l’evidenza: tale moneta è pur sempre carta o ancor meno che carta.

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Anche l’impero inglese e quello romano fecero qualcosa di simile: ma la regolazione era in oro. Finchè poterono approvvigionarsene – in qualche modo, anche con le spoliazioni piratesche – il modello resse; ma poi dovettero gettare la spugna.

Anche con moneta non scarsa, dunque, il primato dev’essere ricono sciuto al lavoro produttivo nel senso che occorre massimizzare e valorizzare la produzione locale/nazionale/regionale anche sostituendo le importazioni148, lasciando alle esportazioni un funzione residuale: in questo modo, l’equilibrio sarebbe generalizzabile ed il problema si ridurrebbe alla mera regolazione dei saldi tra importazioni non sostituibili ed esportazioni corrispondenti in valore149. Ovviamente, la sistematica incapacità di un Paese ad esportare – in valore espresso nella moneta accettata dai partners – quanto non può evitare di importare, creerebbe uno squilibrio: corrispondente ad un flusso (in uscita) di risorse di pari importo.

Invece, un Paese in posizione non egemonica può emettere la propria moneta a costo zero se riesce a soddisfare al suo interno la domanda domestica e ad esportare prodotti il cui valore equivalga a ciò che deve importare.