5. Liberi o schiavi

Lo schiavo classico non riceve un salario156, ma il padrone ha l’obbligo, il dovere o, più esattamente, l’interesse al suo mantenimento in  vita ed alla sua efficienza come lavorante. L’obbligo e il dovere del padrone vanno intesi nel senso che la distruzione del bene-schiavo  senza una giustificazione impoverisce la compagine sociale che si avvantaggia del valore creato dagli schiavi: se lo schiavo produce meno  di quello che costa è uno schiavo inutile, improduttivo. Se lo schiavo si ammala, ad esempio, il padrone ha interesse, ma anche dovere-obbligo (nel senso prima indicato) a curarlo: beninteso, nei limiti in cui il costo delle cure non superi il valore dello schiavo stesso. In  quest’ultimo caso è più economico sostituirlo. Quindi, la condizione dello schiavo è quella di un bene passibile di valutazione economica e basta, se  non si introducono nozioni ulteriori: il padrone può affezionarsi allo schiavo e, nell’esempio, spendere senza limiti per curarlo; può  desiderare di liberarlo; oppure possono coesistere rapporti eccellenti tra padrone e schiavo senza che la condizione politico-giuridica di  quest’ultimo abbia a modificarsi minimamente.

Ovviamente, il livello della sopravvivenza (e della efficienza lavorativa) dello schiavo è opinabile: ma se lo schiavo muore di fame o non è in condizione di lavorare efficacemente vuol dire, evidentemente, che non è stata rispettata tale condizione.

Per quello che ci è stato dato di capire dall’antichità, le economie schiaviste non sono quasi mai risultate efficienti e la condizione materiale degli schiavi non sempre è risultata pessima. Per tali ragioni il passaggio dallo schiavo classico allo “schiavo salariato” ha  costituito un vantaggio per i moderni “padroni”.

Lo schiavo salariato ha una paga di sopravvivenza (o mantenimento di efficienza); ma il moderno “padrone” non ha obbligo di cura, visto che lo schiavo non è una sua proprietà e ciò libera il padrone da doveri e obblighi; se lo schiavo salariato Antonio si ammala gravemente, il padrone cerca un altro collaboratore, possibilmente più giovane, più sano e, se possibile, non meno disciplinato di Antonio: ci sono  voluti secoli di lotte sindacali ed operaie per far approvare i principi del welfare a proposito della cura e dell’assistenza dei lavoratori  ammalati!

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In un’economia esposta alla concorrenza internazionale, l’aumento delle retribuzioni (ottenuto anche grazie ad una politica di piena occupazione che fa assorbire disoccupati a paghe che determinino un minimo salariale di fatto) viene percepito dalla singola azienda  come un elemento di peggioramento dei vincoli di competitività e, quindi, invoglia ai licenziamenti.

Ovviamente se le economie risultano pienamente aperte e non c’è concorrenza sulla qualità, né riduzione dei costi grazie all’introduzione di innovazioni, le migliorie sociali derivanti da moneta sovrana o non scarsa rischiano di vanificarsi. Questo dimostra solo che il nesso  causale dello sviluppo non va da moneta facile ad occupazione decente (con paghe non da “schiavi”), ma da qualità e tecnologia a  riduzione dei costi, da compensare con aumenti di reddito.

Si può anche aggiungere che la politica potrebbe imporre regole internazionali da rispettare e finalizzate a definire un minimo salariale espresso in termini di capacità di acquisto comparata: oggi chi non rispetta un minimo (anche se il minimo non c’è o è sotto la soglia  della sopravvivenza/schiavitù) vince.

Forse occorre porsi il problema di un sistema che sta producendo schiavitù e che confonde competitività ed elusione delle regole minime della civiltà.