6. Economie chiuse ed economie aperte

Economia chiusa risulta, in genere, sinonimo di arretratezza o, comunque, di limitazione.

In effetti, è ragionevole ritenere che le economie si evolvano da chiuso (per problematiche legate ai mezzi di trasporto ed alle vie di comunicazione, innanzitutto) ad aperto in modo di ottenere il migliore (come qualità e/o come prezzi) approvvigionamento possibile di  beni di largo consumo o di pregio. Anche dall’antichità, comunque, gli schiavi o i materiali rari venivano importati: con guadagno dei  commercianti (che si assumevano rischi e fatiche non indifferenti) o con azioni militari, di tipo coloniale o piratesco; meno agevole era lo  scambio commerciale come lo intendiamo oggi ovvero come lo si è cominciato ad intendere dall’età cosiddetta moderna.

In ogni caso, economia chiusa era ed è sinonimo di privazione di qualche bene non producibile e non sostituibile sul posto: si pensi alla minore disponibilità di beni durante i secoli cosiddetti bui in Europa, quando la rete viaria del decaduto impero romano non era più né agibile né sicura.

Tuttavia, anche la storiografia più recente ha teso a revisionare i periodi legati al concetto di “economia chiusa”: si sono rivalutati i  commerci ed i rapporti tra Europa e mondo arabo-africano, ad esempio…

Inoltre, il concetto attuale di apertura (commerciale) internazionale è dovuto passare per due fasi o situazioni: il postcolonialismo e, in  precedenza, il nesso tra colonialismo classico e lo sviluppo dell’industria nazionale tramite il cosiddetto protezionismo.

Durante il XIX secolo, quest’ultimo ha rappresentato per molti Paesi, compresa l’Italia, una fase necessaria senza la quale l’ approntamento di struttura industriale competitiva – vale a dire costi decrescenti e domanda interna da destinare ai produttori nazionali  attraverso barriere doganali e non – sarebbe risultato velleitario.

Completata la fase di dotazione industriale, dunque, già a partire dal secolo scorso, tutti i Paesi che oggi si considerano sviluppati, cominciarono a preferire l’apertura dell’economia al suo contrario (ponendo regole o, meglio, togliendo limitazioni, al commercio  internazionale o “regionale”).

In tempi molto recenti, infine, con l’apertura del commercio mondiale alla Repubblica Popolare Cinese e ad altri Paesi si inaugurò, però,  la fase della concorrenza – di fatto senza regole – sfrenata.

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Oggi, che la causa principale della crisi viene individuata proprio nella incapacità del sistema ad ovviare al proprio fondamento di premio del produttore peggiore e di continua erosione della domanda (se tutti riducono le retribuzioni il risultato non può che risultare recessivo), occorre individuare una soluzione.

Con moneta scarsa (almeno per le famiglie, lo Stato e le imprese non finanziarie), è difficile affrontare i grandi temi della competitività  senza richiedere inutili quanto dannosi sacrifici: infrastrutture, servizi pubblici, trasformazione della pubblica amministrazione richiedono  risorse che solo l’Unione Europea (se accede ad un modulo monetario diverso dal passato e se modifica l’attuale qe nel senso di non  riservarlo solo alle imprese finanziarie) o, in alternativa, il ritorno alla sovranità monetaria degli Stati, possono garantire.

Per quanto riguarda le banche, la soluzione richiede il ripristino dei meccanismi creditizi; in condizioni di esclusiva attività creditizia a  favore dei privati, infatti, le banche hanno il solo limite – per l’approntamento di mezzi monetari per gli investimenti174 – dello sviluppo  potenziale dell’economia; questi ultimi, poi, produrranno i depositi necessari a gestire la liquidità e da non distrarre (come accade da  quando, nei vari Paesi, sono state abrogate le normative che prevedevano la netta separazione tra chi interveniva sui mercati finanziari e  chi doveva assicurare il credito all’economia).

Con moneta non scarsa sarebbe meglio ridurre il commercio internazionale ai casi in cui la concorrenza migliora la qualità del prodotto  ed evitare di trovarsi nella “trappola dell’impero”: che può/deve importare sempre più, ma poi finisce per registrare difficoltà al proprio  interno.

L’ideale sarebbe il massimo dello sviluppo della produzione interna e del potenziale occupazionale/tecnologico anche allo scopo  di indicare un equilibrio sostenibile tra i cambi delle valute, vale a dire cambi fissi di fatto, non per forza.

Con moneta scarsa, invece, le attività produttive caratterizzate da costi decrescenti possono sostenere la competitività internazionale,  mentre quelle con costi crescenti determinano squilibri se esposte a tale situazione: l’occupazione, in quest’ultimo caso, si sposta verso il  Paese coi costi più bassi, ma il reddito e la domanda si riducono fino alla ingestibilità o rottura sociale del modello.