7. Il fallimento del liberismo capitalista

La tesi che qui voglio mostrare con tutta la sua evidenza è che lo sviluppo di questa crisi costituisce la riprova del fallimento del liberismo. Con questo non voglio dire, nemmeno implicitamente, che la dottrina ideologica di riferimento deve essere il socialismo o qualche altra ideologia. Non intendo affermare alcuna ideologia, vecchia o nuova. Semmai intendo affermare che, come oggi viene ripetuto da tanti, occorre ribadire il primato della persona di fronte a qualsiasi ideologia, pure in campo economico.

Ma cosa intendo io per liberismo? Per liberismo intendo quella dottrina economica, strettamente dipendente dalla dottrina politica liberale, che tenta di tradurre in campo economico l’idea che la libertà è un bene comunque, in qualunque caso, in qualunque condizione. Per poter affermare questo, per poter affermare che l’assenza di regole (o il minimo di regole) in campo economico porta ad un bene, il liberismo deve postulare che la condizione di “libero mercato” è quella che conduce alla migliore efficienza dello scambio commerciale, insieme alla maggiore convenienza per gli attori del medesimo scambio, il compratore ed il venditore. A questo livello si introduce l’idea che il cosiddetto “libero mercato” è quello che, trovando il valore del prodotto venduto attraverso lo scambio commerciale, questo coincida con il “prezzo migliore” sia per il venditore che per il compratore, e tale prezzo coincide necessariamente con il “giusto prezzo” per il prodotto stesso.

Storicamente, il liberismo ha le sue radici nella Rivoluzione Francese, ma inizia ad affermarsi con l’illuminismo scozzese e trova il suo grande sviluppo teorico grazie alla rivoluzione industriale in Inghilterra nel corso del diciannovesimo secolo e grazie agli studi di Adam Smith. Entrato in difficoltà in seguito alla crisi del 1929 e al diffondersi delle teorie keynesiane e più in generale con il diffondersi di visioni collettiviste, il liberismo ha conosciuto una rinascita negli ultimi anni del XX secolo (neoliberismo) in seguito alle affermazioni politiche di Reagan e della Tatcher, e alla successiva diffusione del processo di globalizzazione e, in campo teorico, con la rinascita della cosiddetta Scuola austriaca. In alcuni autori, tra i quali il più famoso è il premio Nobel Milton Friedmann, il liberismo è strettamente connesso al monetarismo, che si occupa di stabilire i rapporti tra offerta di moneta e livello dei prezzi.

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Un recente articolo46 apparso sul Corriere della Sera, a firma di Massimo Franco, conferma questa linea di accusa alla Chiesa e alla cultura cattolica: “Forse non tutti sanno, ma in Nord Europa molti pensano che lo spread alto sia il frutto di un peccato cattolico.. …si tratta di un aspetto delle polemiche degli ultimi mesi affrontato solo di sfuggita. Eppure affiora a intermittenza, mentre l’euro comincia ad evocare non più ricchezza e stabilità, ma disoccupazione, povertà e declino… …Richter è un commentatore cattolico, ma soprattutto tedesco. E teorizza che un eccesso di cattolicesimo danneggia la salute fiscale delle nazioni…”.

Anche io sono contro gli eccessi, contro ogni eccesso. Ma qui siamo in una situazione (come per la moneta) di mancanza di principi sociali cattolici, non di eccesso. E se i paesi del sud Europa fossero stati meno larghi nelle spese, i primi a soffrirne sarebbero stati proprio gli efficienti paesi del nord Europa. Al contrario, invece di guardare in faccia alla realtà di questa crisi, che viene dall’imposizione di un modello liberista che non mette al centro il bene comune, l’articolo sopra citato, ricordando che la Merkel è figlia di un pastore protestante e il presidente tedesco Gauck è un ex pastore luterano, si conclude con la preoccupazione che la “geo-religione dello spread” possa accentuare le divisioni.

Ma non è questo l’unico punto debole del liberismo, messo in luce da questa crisi. L’ipotesi che il libero mercato favorisca il “prezzo giusto” implica che si passi da una situazione di minore ordine ad una situazione di maggiore ordine. Questo è in contraddizione con il secondo principio della termodinamica, secondo il quale l’entropia (cioè il grado di disordine) di un sistema isolato (cioè non influenzato dall’esterno) può solo aumentare (cioè il disordine aumenta).

Questo dovrebbe essere sufficiente a seppellire il liberismo. Ma ci sono altri aspetti che vale la pena analizzare approfonditamente.